L'offensiva continua - Ora anche festeggiare è diventato un problema.

Tra le quattro squadre che quest’anno si stanno contendendo il vertice del campionato c’è anche il Napoli. È bene ricordarlo a chi, con l’atteggiamento del falso smemorato di Cologno, si interroga da oltre un mese e mezzo, sulle “difficoltà” degli azzurri, rei, ogni volta, di essere Higuain-dipendenti, di soffrire le partite con le cosiddette piccole, di non saper mantenere la solidità mentale per difendere il risultato e di non avere una rosa adeguata ai primissimi posti.

A questo giochetto mentale, ieri, s’è aggiunto l’indispensabile parere del Signor Znovomir Boban che, dal salotto di Sky, ha attaccato i festeggiamenti dei calciatori azzurri al termine della partita.

«Bisogna anche saper vincere», sentenziava con la saccente aria da numero dieci di epoche lontane, stigmatizzando il giro campo che Reina e compagni hanno effettuato per ringraziare i tifosi.

C’aveva pensato già prima, il buon Caressa, che nell’introdurre l’inviato Ugolini dal ventre del San Paolo, aveva parlato di feste in città, da continuare ad libitum, anche dopo il 6 gennaio, alimentando il luogo comune di una città festaiola e poco incline all’equilibrio.

Ebbene, dopo anni di polemiche sul tifo violento, sugli stadi vuoti, sulle minacce alle società ed ai giocatori, ora si attacca la spontaneità di condividere un momento di felicità con il pubblico; “da provinciale”, ci dicono.

E guai a storcere il naso: financo Ugolini, da sempre spalleggiatore delle cause azzurre, prova a stemperare i toni, pur dovendo ammettere, con fare rattristito, che è vero, “hanno fatto il giro di campo”.

Embé. Qual è il problema?

Ora è un delitto festeggiare sotto la curva, farsi prendere dal ritmo incessante di un coro destinato a diventare leggenda; è sintomo di inferiorità festeggiare un 2-1 contro il Torino, perché “la strada per lo Scudetto è ancora lunga” e le ‘corazzate Inter e Juve’ alla fine la spunteranno.

Strano però che nessuno osservi come, su ogni campo, da sempre, i giocatori di quasi tutte le squadre, vadano a ringraziare i propri sostenitori, senza essere additati di provincialismo.

Strano che Boban non faccia una menzione sul giro di campo dello Juventus Stadium dopo il match del pomeriggio contro il Verona; strano che non dica nulla delle standing ovation che accompagnarono il Milan nelle prime e poche uscite fortunate a San Siro, ad inizio anno.

Sarà che a pensar male si fa peccato, però, pare proprio che il Ciuccio, lassù, non faccia piacere; e che sia, inevitabilmente, destinato a crollare.

Tutti, a Napoli, sanno che d’entusiasmo purtroppo, a volte, ci si può bruciare; e tutti sanno pure che quest’anno è un anno strano, particolare, forse inatteso.

La maturità della tifoseria non si vede dal vigore di un festeggiamento; il calcio è esperienza collettiva e condivisa, e guai a chi, vuole ridurla tutta ad un mero “registrare il risultato”.

Io, da tifoso, sono fiero. Vedo ventidue ragazzi che, a fine partita, dopo tutta la tensione accumulata, corrono sotto le curve e cantano, sentendosi parte di un tutt’uno, di un organismo unico e variegato.

Caro Boban, lei da giocatore era divino, questo è vero. Ma spesso lezioso e snob. Ieri sera ha fatto un’uscita a vuoto, e quell’aria da intellettuale radical-chic non fa che rendere meglio l’idea della differenza culturale e antropologica che divide la triste nebbia cisalpina, che inghiotte anche le più grandi vittorie, ed il sorriso dopo l’ennesima giornata che vale la pena di essere vissuta, lungo un mare azzurro di felicità.