Da bambino ero Juventino

Quando B. vinse nuovamente le elezioni e lo scudetto, un giornalista del Corriere della Sera, noto interista, con la malizia propria di uno che l’ha preso nel culo per ben due volte, chiese a Bertinotti come riuscisse a conciliare la sua passione per il Milan e la strenue opposizione avverso il suo presidente.

L’ex presidente della Camera, cane vecchio e di razza, senza cedere alla provocazione e meravigliato per il dubbio del giornalista, sorridendo, rispose: «non è un problema, non me ne può importare di meno. Sono troppo religioso, in senso calcistico, per non pensare che i colori restano e i presidenti cambiano. La fede, la fede sì, trascende. Le passioni d'infanzia sono indelebili, del resto, anche Togliatti teneva per la Juve. Si può cambiare tutto ma non la squadra del cuore»


- Autunno del 1981 (o primavera del 1982 o giù di lì), casa dei nonni materni.

Il bambino seduto nella stanza da letto, a gambe incrociate, innanzi alla tv in bianco e nero, è mio cugino Antonino, ha sette anni più di me. Quello piccolo riccioluto, che corre in cucina battendo le mani, sono io. Mi accompagna il “puppupuru puppupupuru pu pu pu” della sigla di “90° minuto”. Ho appena finito di vedere i goal della giornata: «nonno, nonno, abbiao fatto goo, abbiao fatto goo!» Il Napoli ha pareggiato in casa, a reti bianche. Il nonno mi sorride e mi mette alla prova: «e chi ha segnato?» Io stringo le spalle, allargo le manine come a dire "boh?", quindi, mi mette di nuovo alla prova: «Antò, ma tu per chi tifi?», io: «Juenus!». Il nonno non si acciglia. Non ho mai visto mio nonno accigliarsi, potenti inibitori si attivavano alla vista dei nipoti. La nonna che, fingendo di chiedere, emette una sentenza perentoria: «ma che devi fa co' sta juventus?»


- Estate del 1986.

Se mi chiedono per chi tifo, rispondo: Sembra che la “mia” sia la squadra più forte, così mi hanno detto, non conosco la formazione, so solo che c’è quel giocatore che ha davvero classe ma che disprezzi gli italiani lo capisce anche un bambino di seconda elementare (forse per quei festeggiamenti in occasione di un goal segnato al Liverpool, mentre alcune decine di tifosi giacevano incastrati tra blocchi di cemento e lamiere) E’ così diverso da quell’altro, quello basso, tarchiato con i capelli arruffati e la barba incolta. Dicono che bara, che è un imbroglione, che segna di mano, io gli ho visto saltare cinque giocatori come uno scoiattolo in mezzo a nani da giardino. Deve essere straniero, come tutti i sui compagni di squadra, lo capisco dagli striscioni “benvenuti in italia” che, graziosamente, i sostenitori avversari espongono ogni volta che gioca fuori casa ma, guardandolo negli occhi, c’è da credere che il prefisso telefonico dell’argentina sia 081. Tolti sporadici episodi, al calcio ci penso poco, mi appassiona la palla a nuoto, in quegli anni seguo tutte le partite in casa del Volturno S.C. e anche qualcuna della nazionale.

- 11 Maggio 1987, Scuola Elementare Principe di Piemonte.

Ho sempre, con me, un cospicuo numero di figurine, mantenute insieme da un elastico, ma sono sempre le stesse, non riesco a scambiare i doppioni: tutti collezionano immagini di calciatori, io quelle di animali da incollare sull’album ufficiale del WWF. Diciamo che prediligo interessi di nicchia, “tifo” sempre per la stessa squadra, sembra che non sia la più forte, così mi dicono ma non riesco ad essere arrabbiato. Il pomeriggio precedente, sono uscito con mio padre, anche lui, pur essendo totalmente avulso dalle dinamiche del tifo, ha sentito l’impulso di scendere in strada ma solo per passeggiare. Ho pochi ricordi di quella domenica, la mia memoria ne ha salvato giusto qualcuno. Ricordo, ad esempio, un nutrito gruppi di ragazzi che, appostati ai due lati del corso, all’altezza del cinema Politeama, tendeva una enorme drappo di colore azzurro inteso, sollevandolo e facendolo ondeggiare sopra le auto che sfilavano strombazzando. Era un bell’effetto, sembrava che un pezzo di mare si fosse trasferito in paese.

- 8 Luglio 1990, Praia a mare.

Cinque giorni prima, Schillaci ha freddato Goycoechea ma Caniggia, in collaborazione con Zenga, ha freddato un paese intero: le notti magiche finisco a Napoli. All’olimpico, per ragioni che, intuisco, sono diverse dalla pur dolorosa eliminazione, gli spettatori fischiano un inno nazionale. La storia, studiata sui banchi di scuola, mi induce inizialmente a pensare che sia stata dileggiata la nazione tedesca ma ci sono libri che ancora non ho letto. Il labiale del PIBE DE ORO, che qualche giorno prima aveva esortato una nazione a rispettare il popolo che l’ha adottato, è chiaro, cristallino. Otto mesi dopo, lascerà quel popolo portandosi la maglia numero 10.


- Una sera di Dicembre del 1993, Chiostro di San Gregorio Armeno - Napoli.

Nessuno sospetterebbe mai le luci, i suoni e quanta gente c’è fuori da queste mura. C’è una città segreta ancora da scoprire ed io me ne innamoro in quel momento.

- Fine Inverno del 1994, camera mia.

Non ho ancora 16 anni, se fossi analfabeta e maggiorenne potrei esprimere una preferenza elettorale. In tv, Baggio segna ed insegna ma non abbastanza, il Milan ha, fra gli altri, Sebastiano Rossi; è come giocare a palla avvelenata. Io ho altro per la testa, il calcio mi interessa sempre meno ed involvo da “tifoso” a “simpatizzante”. E’ troppo lo sgomento che mi procurano le promesse di B.: smantellare lo stato di diritto, la scuola pubblica e rapportare i salari al costo della vita nel territorio. Tra le tante, l’uomo di Arcore trova anche il tempo di garantire che nessun ministro meridionale troverà posto nel suo prossimo, sicuro governo. Nel frattempo, la futura Presidente della Camera è intenta ad emanare proclami a tutela della razza padana e, sulle reti nazionali, auspica candidamente che i settentrionali smettano si sposarsi con i terroni. Ilibri di occultismo (retaggio di quella che è stata forse la mia unica sana passione pre-adolescenziale) finiscono in un cartone nel garage. Ora, sulla scrivania, trovano posto e si accumulano polpettoni di sinistra, alcuni dei quali non digeriti ancora oggi. Finisce tra le mie mani anche “La Conquista del Sud” di Carlo Alianello, Rusconi Editore, finito di stampare ad Azzate nel Marzo del 1972. Azzate è in provincia di Varese... non è più una questione di destra o sinistra (e qualcosa si è rotto) mi chiedo: quanto? quanto ancora?


- 22 Maggio 1996, campo di basket, pattinaggio e taekwondo tamarro, quartiere “c1 nord”, Santa Maria C.V..

Il club Juve locale ha ottenuto l’autorizzazione a proiettare la finale di Coppa dei Campioni. Davanti a quel telone, ci sono stato trascinato (letteralmente) da Ciccio, uno dei rompicoglioni più cari della mia giovinezza. Al 41’ Litmanen zittisce Ravanelli ed i tifosi juventini, che infestano l’Olimpico ed il campetto, ma la partita è tutto fuorché emozionante. Sarà che, da “simpatizzante”, posso permettermi un certo distacco ma non me ne frega proprio un cazzo. Il rigore di Jugović regala, ai bianconeri, l’ennesima immeritata soddisfazione: tutti, intorno a me, festeggiano come se il signore gli avesse appena fatto dono di un secondo pisello ma la mia espressione è del tutto identica a quella dell’operaio nei poster motivazionali, che campeggiano un po’ ovunque, nella prima puntata di Futurama. 

- 11 Aprile 1998, Studi RAI di via Teulada.

Forse è solo una suggestione ma anche Giampiero Galeazzi sembra pervaso da un profondo senso di tristezza. Da Parma arrivano le immagini di Pino “Batman” Taglialatela che piange a dirotto, Cannavaro lo abbraccia, gli sussurra qualcosa ma non basta. Rossitto ed Altomare sono già negli spogliatoi, salteranno la prossima (inutile) partita. Sugli spalti del Tardini, gente senza storia festeggia l’avvicinamento alla Coppa dei Campioni, che sfuggirà alla penultima giornata ma che costerà, fra annessi e connessi, seicento milioni di litri di sangue di piccoli risparmiatori. Alcuni di questi sono sugli spalti ad inneggiare al Vesuvio. Mi chiedo: quanto? quanto ancora?


- 27 Aprile 1998, Liceo Scientifico Statale “Edoardo Amaldi”.

La sera precedente, il sole è tramontato alle ore 19:02, quella che è seguita è stata una notte senza luna, le invocazioni dell’avvocato Prisco sono rimaste disattese: gli arbitri italiani sono tutto fuorché daltonici. La mia indifferenza calcistica svanisce, forse evapora. Il 10 Maggio di quello stesso anno, i nerazzurri cadono ancora col Bari e, grazie al contemporaneo successo al Delle Alpi sul Bologna per 3-2, la Juventus vince l’ennesimo scudetto. A scuola, frotte di juventini sostengono la luce del sole, senza neanche nascondere il viso con un passamontagna, (che so?) una busta di carta; prendono per il culo Napoli, i Napoletani, e tutta l’Italia che schiava di Torino Dio non la creò. Reagiscono con aggressività inaudita a chiunque faccia riferimento all’innumerevole sequela di abomini sportivi a cui il paese è stato sottoposto nell’ormai conclusa stagione calcistica. Mi chiedo: quanto? quanto ancora, prima che prendo una mazza?

- 2 Agosto 2004, ore 17.00.

Sono, ormai, sei anni che, alla pagina dedicata ai corsivi de “la Repubblica”, preferisco la penultima pagina, quella prima del meteo, dedicata allo sport locale (non è che non leggo più i corsivi ma dopo, "a seguire"). Le notizie non sono incoraggianti. Un caldo pomeriggio di Agosto, un comunicato ansa di due righe sancisce la fine del Calcio Napoli. Circa un anno dopo, i PM Fabio Fassimo Fel Mauro e Vincenzo Piscitelli, a conclusione dell'inchiesta, chiederanno il rinvio a giudizio di Ferlaino, Giorgio Corbelli e Salvatore Naldi; le accuse contestate a vario titolo vanno dalla bancarotta fraudolenta al falso in bilancio e bancarotta preferenziale. Tutte queste notizie le leggo con indosso una felpa grigia della Legea, con un rombo rosso al centro; c’è scritto “Pasta Russo Cicciano”. A me piace la pasta di Gragnano. Ancora oggi, nella pagina di wikipedia dedicata al campionato di serie b (stagione 2003-2004), scorrendo la classifica, accanto al simbolo del Napoli, si può trovare una icona foriera di buoni auspici, io ci rido sopra e mi gratto le palle.


Quelli che seguono sono anni difficili ma, a loro modo, entusiasmanti. La risalita è travolgente quanto rapida ed inaspettata. Non ci sono trasmissioni Sky o Mediaset Premium da scroccare in streaming per le squadre di serie “C” e “B”. C’è la radio e le telecronache sulle emittenti locali, che non detengono i diritti per inquadrare il campo. Ma va bene, va bene così: tanto già lo so che segna Calaiò, i piedi storti ed il cuore grande di Sosa, poi quel nuovo acquisto slovacco e quell’altro argentino, dicono che è forte, sarà… a me sembra un po’ tarchiato e questo lo rende bellissimo.


- 21 marzo 2012, quartiere Fuorigrotta - Napoli.

Sono in un ritardo mostruoso, ho lottato per farmi strada tra la calca. Dall’interno del San Paolo, Decibel Bellini ha quasi terminato di declamare la formazione, stanno per dare il primo calcio al pallone, non voglio perderlo. Salgo i gradini a due a due, forse a tre, esco in tribuna proprio al fischio iniziale. Quel primo calcio lo perdo. Gesù che spettacolo, lo stadio è fatiscente, inadeguato ma è vivo, giuro su dio che è vivo.

Tutto quello che segue lo conoscete già. Prevalentemente si tratta di nomi di marcatori azzurri digitati con il “caps-lock” alternati a roboanti bestemmioni. Non c’è, quindi, molto altro da dire, a meno che, invece di “andare avanti”, non vogliate fare un salto indietro, parecchio indietro e più precisamente a quell’autunno del 1981 (o primavera del 1982 o giù di lì).


- Autunno del 1981 (o primavera del 1982 o giù di lì), casa dei nonni materni.

Le partite sono iniziate tutte alle tre del pomeriggio, fuori è già buio, devono essere le sei. la tv è in bianco e nero, quella a colori è in cucina ed è sintonizzata su domenica in o l’altra domenica o altro che non ricordo. Mio cugino ha preso posizione nella stanza da letto, è seduto per terra, con la faccia incollata allo schermo, io sono in piedi, forse sto ballando. La sigla di 90° minuto è fatta apposta per entusiasmare i bambini: è allegra, veloce, strano che non segua un cartone animato. Inizia la sequela di sintesi ed immagini, le squadre non hanno colori ma io li ricordo, qualche volta li ho visti nella tv in cucina. Sono belli i goal, ognuno è diverso e, con tutte quelle persone che urlano, corrono e saltano, è proprio una festa. Ogni goal è una festa ed applaudo ogni volta che qualcuno spinge la palla oltre la linea. Capitemi, non ho dimestichezza con le regole del gioco, ho compiuto da poco tre anni, mio cugino di anni ne ha dieci, lui segue i risultati con consapevolezza, capisce quando un goal riempie il cuore e quando toglie il respiro, sa chi sale e chi scende. Ma io applaudo, chiunque segni, io applaudo. «Antò, ma tu per chi tifi?» mi chiede mio cugino, come se sapessi quello che sto facendo. «Azzui, Azzui, Ehhhh» (che sta per “Azzurri, Azzurri, Aleeeeè”) e batto le mani, «Sì, ma per quale squadra?», «Azzui, Azzui» e continuo a battere le mani. Poi ci penso (per quel poco che posso) e la curiosità infantile prende il sopravvento, del resto, c’è il mio grande cugino ad istruirmi. «Antoino, Antoino, gli Azzui, come si chiamano gli Azzui?» «“Juventus”, Antò, gli azzurri si chiamano “Juventus", quando ti chiedono per chi tifi, tu rispondi “Juventus”».

Bastardo.