Scusa Ameri se nemmeno la radio è più quella di ieri.

Quaranta minuti dopo le 19 e sul cellulare un'icona familiare mi avvisa che qualcuno mi ha scritto su Whatsapp. Pochi secondi per leggere e l'amico che fa da promemoria diventa, suo malgrado, il guastafeste della Domenica sera. 

Mi chiede, infatti, a che ora raggiungo lui e gli altri al locale. Ha messo su un'impresa familiare, presenta i suoi vini in zona e no, non posso mancare. Li presenta in una vineria che fa dell'atmosfera conviviale e della musica in vinile i propri punti di forza e sì, la tv deve mancare.

Sia chiaro, il calcio dal vivo è una cosa che non ha paragoni ma quando non si può ovvio che uno sceglie il surrogato migliore. E così, nell'era del pallone "24acca24" in onda 7 giorni su 7 ho dovuto ripiegare sull'unico surrogato possibile, quello dei nostri padri: la radio. 
Quasi irrilevante che la voce di Giulio Delfino alla fine venga fuori pur sempre da uno smartphone.
Scelta la postazione migliore, metto gli auricolari e dico addio al mondo circostante fatto di falanghina in bicchieri di vetro e "London Calling" martirizzato da puntine usurate. L'Inter viene da una sequela di brutte figure cui ha fatto seguito un turbinio di polemiche. Mazzarri traballa. Noi veniamo da vittorie rinfrancanti più che convincenti e l'idea di poter vincere e convincere a Milano nemmeno mi ha sfiorato. Quest'anno si va al risparmio, quindi basterebbe il 50%: vincere. Il primo tempo, però, è deludente quasi al 100%, con quel quasi che ha le fattezze del palo che salva Rafael. Si soffre e a chi si avvicina per chiedermi, in maniera distratta, come stia andando rispondo che tentenniamo, ma che teniamo.  In realtà rispondo più a me stesso, una forzata opera di autoconvincimento perché sono convinto che no, non si può far fare un figurone ad una squadra che ha preso sette gol in due partite. Orsato concede l'intervallo alle squadre e a me un sospiro di sollievo, permettendomi di lasciare l'angolo di asocialita' e imprecazioni in cui mi ero scientemente recluso per godermi un quarto d'ora di sorrisi, di saluti e di complimenti all'organizzatore. Noblesse oblige. 
Boccata d'aria breve perchè guardo l'orologio, rimetto le cuffie e mi autoimpongo di non dare troppo nell'occhio: quando Icardi stava per sbloccare mi era scappata una cosa brutta e qualcuno si era girato. Temo che saranno altri tre quarti d'ora di maldestre chiusure e ripartenze morte già prima della metà campo: cari ragazzi, lo so che non si fa ma cercate di venirmi incontro! Fortunatamente la ripresa lo è di nome e lo è di fatto: si sale a centrocampo e i frutti cominciano a vedersi.  Prima Insigne (e poi chi gli subentra) mi danno l'illusione del gol.  Mi scappano borbottii meno sommessi di quanto avrei voluto, sufficienti per nuove occhiate da chi a due passi da me, calice alla mano, parla beatamente d'altro. 
A un certo punto mi sono ritrovato ad invidiarli. Follia dell'isolamento cercato. Nel locale, tuttavia, c'è qualcun altro che mi osserva, che si avvicina e che mi chiede se posso dargli un auricolare. Un ragazzo che come me forse ama i Beatles e i Rollings Stones ma che, oh, sicuro ama anche quell'altra cosa che amo io. Divido cuffiette ed emozioni. E così, insieme, uno di fianco all'altro, soli nel bel mezzo di una festa, saliamo sull'altalena dei gol e a quel punto chi si è visto, si è visto: rapida alternanza di "Siiii!" "Maro'!" "Ancora! Sempe 'e muorte!" "Wa, Callejon! Grande!" "Ci segna 'o cchiu' musce!" e finale in crescendo con un "machesfaccimma!" che fa capire agli altri presenti che le cose non sono andate benissimo. Gli "altri presenti" ci guardano con compassione. Scorgo diversi sorrisini di supponenza e percepisco inappellabili sentenze di inopportunità.  Dall'essere in fuorigioco all' essere fuoriluogo il passo può essere breve, ma non mi va di spiegare a chi non può capirlo che oltre la linea, in solitudine o quasi, a volte si può stare benissimo.

P.S. "Il vino lava via l'amarezza. Specie quello buono. Posso confermarlo"